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PROTRUSIONI ED ERNIE CERVICALI, COSA SONO E COME INTERVENIRE.

La discopatia cervicale è una patologia del disco intervertebrale che va incontro a fenomeni di disidratazione delle sue componenti, diminuzione della sua resistenza alle sollecitazioni funzionali e negli stadi più avanzati, ad un assottigliamento e riduzione dello spazio tra una vertebra e l’altra.

TUTTE LE DISCOPATIE E LE ERNIE PROVOCANO DOLORE?

Continua a leggere l’articolo e risponderemo ai tuoi dubbi.

Leggendo una risonanza magnetica, fra i vari termini incomprensibili ai comuni mortali, potremmo scoprire di avere delle ernie o protrusioni e comunque non avere nessun dolore che riporti il sintomo a quell’ernia.

Avere questo referto non implica per forza presenza di dolore, potrebbe essere normale.

Una degenerazione discale, con l’avanzare degli anni è reperto comune legato all’invecchiamento, è un po’ come l’avere i capelli bianchi.

Ma se l’ernia fuoriesce in prossimità di una radice nervosa, allora può manifestarsi dolore in quanto la radice del nervo potrebbe risultare compressa.

Quando valutiamo un paziente non incontriamo un ernia, ma incontriamo Maria, Giovanni, Francesco.

Ognuno con una storia diversa e con la sua particolare personalità.

Smettere di incontrare solo diagnosi e portare attenzione alle persone porta sicuramente verso un approccio più integrato alla persona.

CHE COSA COMPORTA AVERE UNA COMPRESSIONE RADICOLARE?

DOLORE: sia locale che a distanza nei casi più importanti, per esempio dal collo alla mano

FORMICOLIO: si manifesterà nel territorio di innervazione con un andatura caratteristica, per esempio interessare pollice, indice e medio nel caso del nervo mediano.

PERDITA DI FORZA E PARESTESIA: compaiono con l’evoluzione dei sintomi, segno che la sofferenza è di grado avanzato.

 

ERNIE DEL DISCO E PROTRUSIONI CERVICALI

La posizione e la fisiologia di alcune vertebre cervicali fa si che abbiano una maggiore predisposizione a sviluppare ernie e protrusioni in quando adiacenti a segmenti più rigidi della colonna. In questi distretti, dove il il sovraccarico funzionale è maggiore, può succedere che siano costretti  a muoversi più del dovuto. Può succedere che il movimento non venga svolto nella sua globalità, coinvolgendo  per esempio anche la colonna dorsale, lo sterno, la gabbia toracica, la respirazione, nel  movimento della colonna cervicale. I carichi non vengono distribuiti fra più articolazioni come dovrebbe succedere in fisiologia.

Nel caso specifico del rachide cervicale possiamo spesso osservare una postura col capo anteriorizzato. In questo caso il movimento viene concentrato alla parte alta, sotto la nuca, in corrispondenza di C2-C3 vertebre cervicali rendendo questa parte più vulnerabile.

Per questo nel nostro intervento dedichiamo un attento lavoro di miofibrolisi e terapia manuale alla cervicale alta, Occipite, Atlante, Epistrofeo, per portare rilassamento ai piccoli muscoli suboccipitali, regalando la sensazione di sentirsi allungati e di  migliorare l’acuità visiva.

Questi muscoli sono infatti collegati ai movimenti oculari ed entrano in gioco ogni qualvolta dirigiamo lo sguardo verso un obbiettivo.

 

QUALI SONO I DISTRETTI CERVICALI PIU’ SOGGETTI AL RISCHIO DI SVILUPPARE ERNIA?

I segmenti cervicali più soggetti a sviluppare ernia discale sono i primi e gli ultimi, ossia C2-C3 e C5-C6 e C6-C7.

Questo accade perché queste vertebre si trovano al confine con i segmenti rigidi di C0-C1 ed il tratto dorsale. Proprio per questo si muovono di più compensando la rigidità dei segmenti adiacenti.

Se la colonna dorsale diventa per qualche motivo più rigida questi compensi crescono e coinvolgono anche i muscoli che potrebbero risultare irrigiditi e corti oppure, stirati e lunghi a seconda dell’atteggiamento posturale che ne consegue.

Per questo in terapia manuale osteopatica interveniamo studiando non solo l’atteggiamento posturale, ma anche come rendere più funzionale il movimento che ne consegue invece di concentrarci  sull’ernia che alla fine è solo il risultato di questi adattamenti.

L’ernia infatti è solo la conseguenza di compressioni, tensioni muscolari anomale, posture prolungate nel tempo e movimenti ripetuti nel lungo periodo.

La prevenzione è fondamentale, allo stesso modo in cui, dopo una visita dal dentista continuiamo costantemente a lavare i denti, dovremo adottare una corretta igiene posturale e uno stile di vita che ci porti a rimanere in salute.

 

COSA SI INTENDE PER IGIENE POSTURALE?

In riferimento al tratto cervicale:

La curva cervicale, definita lordosi, si può perdere dopo un tamponamento. In questo caso viene segnalata come perdita della fisiologica lordosi o rettilineizzazione del segmento in esame.

Dovremo aver cura di mantenere la curva cervicale il più possibile , sia da seduti che in movimento in modo che i carichi sui muscolari e sul disco intervertebrale siano distribuiti in maniera idonea.

Facciamo in modo di mantenere anche la lordosi lombare in condizioni ottimali, in quanto le due curve sono legate e per una serie di tensioni legamentose, al variare dell’una l’altra  segue il movimento dell’altra che risponde adattandosi.

Adesso portate l’attenzione a come state seduti, a quanto tempo tenete gli occhi su un monitor o sul cellulare, da che lato tenete flessa, ruotata o sollevata la testa. Fatelo ora e prendetene consapevolezza.

Se avete queste abitudini e se le avete da lungo tempo non è strano che arrivino dal corpo segnali di dolore. Tensioni dietro il collo, alla nuca o lateralmente ad esso, mal di testa, sono segnali di cui tener conto. Iniziate con l’assumere posizioni confortevoli, il beneficio che ne trarrete sarà quello di avere una colonna più performante e starete bene più a lungo.

E, poiché al movimento di un distretto della colonna ne corrisponde un’altro su un altro punto del corpo, non bisogna meravigliarsi se l’attenzione del fisioterapista attento, non sarà solo focalizzata solo sul tratto cervicale, ma anche a quello lombare e ad altri distretti che apparentemente sono privi di dolore o correlazione.

Spesso l’attenzione del paziente è focalizzata alla rigidità dei muscoli posti dietro il collo, è proprio lì che sente rigido, e toccandosi è proprio li che sente dolore. La sua richiesta è quella di chiedere un massaggio proprio in quella zona, perché qualcuno gli ha detto che è tutto contratto. Alcuni pazienti quando non ottengono questa attenzione pensano che il loro dolore non venga preso in carico, non si sentono ascoltati, perché non vengono toccati proprio lì, dove sentono il dolore.

Se vi rispecchiate fra questi pazienti è ora di sfatare questo mito.

E’ normale che siamo rigidi e contratti dietro il collo quando la testa è troppo portata avanti.

La muscolatura posteriore sta facendo del suo meglio per sostenere la caduta della testa in avanti. Questo accade perché la muscolatura anteriore e stabilizzatrice è debole oppure sta essendo troppo corta sta portando il collo in avanti.

Anche il nostro modo di respirare potrebbe coinvolgere i muscoli cervicali a fare un lavoro che per loro dovrebbe essere secondario, la respirazione accessoria. Problematiche respiratorie costringono questi muscoli ad un super lavoro in quanto il diaframma, muscolo principale della respirazione, non viene utilizzato appropriatamente. Questi pazienti nemmeno si rendono conto di non avere una adeguata fisiologia respiratoria. Un esempio sono i pazienti asmatici o che abbiano una storia di ansia e stress.

Ecco perché diventa importante rivolgersi a, uso una parola che ora va molto di moda, un coach del movimento e del dolore, qualcuno che faccia da guida per portarvi da uno stato di fastidio e dolore a uno dove invece possiate sentirvi bene: il fisioterapista. Conoscendo la fisiologia del movimento, è in grado di indirizzarvi verso la giusta cura e prevenzione.

COME CURARE UN’ERNIA CERVICALE?

Prima di tutto dobbiamo essere certi che la sintomatologia sia dovuta proprio all’ernia, abbiamo necessità di una diagnosi.

In tal caso abbiamo due strade:

  • approccio fisioterapico conservativo, terapia manuale, esercizi, terapia fisica strumentale al bisogno
  • approccio chirurgico invasivo, quando il trattamento conservativo non sia risultato efficace e la situazione rischi di danneggiare i tessuti, in particolare il nervo.

LA NOSTRA PROPOSTA DI TRATTAMENTO PER L’ERNIA CERVICALE

Il nostro obbiettivo è quello di riportare la colonna in un range tollerato di movimento, quello entro il quale il dolore non si manifesta.

Una disfunzione del movimento può essere tra le cause di sviluppo dell’ernia.

 

NON UNA SEDUTA PER TOGLIERE LA CONTRATTURA MA UN PERCORSO.

Quando decidiamo di fare ortodonzia e il dentista posiziona l’apparecchio in bocca richiede tempo per migliorare l’occlusione. Abitudini e stile di vita consolidate nel tempo richiedono per questo più attenzione e perseveranza.

In primo luogo si lavora sulla riduzione del dolore, individuando le direzioni che lo attenuano e con tecniche di terapia manuale e riflessogeno che aiutino a questo scopo.

Per non irritare una zona già notevolmente compromessa è probabile che questa non venga nemmeno toccata e che si lavori a distanza per corrispondenze. Per questo i nostri trattamenti sono indicati anche in fase acuta, sapremo come aiutarvi anche in questi casi e in caso di necessità, invitati a rivolgervi al medico.

Per trattamento a distanza non intendiamo  che interveniamo con la forza del pensiero o con il REIKI per intenderci, ma ci riferiamo al trattamento di zone adiacenti e limitrofe, correlate a quelle dolorose, che consentono comunque di alleviare i sintomi.

Se indicato, si può utilizzare anche la terapia fisica strumentale.

QUANDO SI INTERVIENE CHIRURGICAMENTE

In prima battuta in presenza di dolore cervicale si tentano sicuramente tutti i trattamenti non invasivi, dai farmaci alla fisioterapia. Se non si ottengono risultati sarà il chirurgo a decidere modalità e tipo di intervento con l’obbiettivo di decomprimere l’ernia.
L’intervento rimane l’ultima modalità di intervento anche perché, come tutti gli interventi, può lasciare aderenze cicatriziali, per cui è bene affrontarlo solo nei casi gravi in cui l’ernia o più ernie possano compromettere il nervo e il midollo spinale.

IN CHE MODO POSSIAMO CONTRASTARE LA FORMAZIONE DI UN ERNIA CERVICALE?

La prevenzione rimane sempre la miglior cura, una posizione adeguata di tutta la colonna nelle attività della vita quotidiana può aiutarci. Sono i movimenti ripetuti in maniera scorretta e le posture mantenute a lungo nel tempo a mettere a rischio la mobilità e la funzionalità dei singoli segmenti vertebrali.

Ore passate in ufficio, da seduti, in rotazione magari verso lo schermo del computer e con l’aria condizionata che batte sulle spalle di sicuro non aiutano.

I dischi della colonna lombare e cervicale vengono sollecitati maggiormente dalle posizioni che le costringono in flessione, come l’uso continuo di tablet e cellulari, o attività lavorative che costringono a tenere il capo inclinato e flesso come per esempio fanno i parrucchieri.

L’astigmatismo, se non corretto, è un’altra predisposizione in quanto costringe il capo ad un orientamento in inclinazione e rotazione per mantenere quella che è una priorità per l’essere umano:  lo sguardo orizzontale.

Basta portare l’attenzione a piccoli dettagli posturali per poter svolgere queste attività senza farsi male.

Per esempio posizionare un PC o cellulare all’altezza degli occhi può essere sufficiente per evitare fastidiosi dolori cervicali o attacchi di nausea e vertigine.

Se ci fate caso possono comparire dopo aver passato anche pochi minuti in una posizione non funzionale.

Utilizzare una sedia con lo schienale dritto e un supporto lombare aiuta a tenere anche la colonna cervicale in una posizione più funzionale.

Sedetevi sugli ischi piuttosto che sui glutei, con degli esercizi propriocettivi, che potrete imparare in studio, potrete riconoscere senza fatica, queste posizioni anche quando vi troverete a non avere un appoggio per la schiena.

Adottate una sana igiene posturale, introducete nella pratica quotidiana qualche esercizio per tenere lontano il dolore. Se lavarsi i denti tutti i giorni è pratica comune, così deve diventarlo anche l’esercizio in modo da mantenersi in salute più a lungo.

Gli esercizi non sono uguali per tutti, l’esercizio adatto per Mario potrebbe essere quello che a Francesca fa aumentare il dolore.

Per questo vi invito a rivolgervi al fisioterapista di fiducia per studiare insieme le soluzioni  più adatte  al vostro caso.

Vieni a farlo con noi, ti aiuteremo nel percorso per togliere il dolore e soprattutto di daremo gli strumenti per prevenirlo in futuro.

 

LA DISTORSIONE DI CAVIGLIA

Distorsione di caviglia

E’ un trauma molto comune e ti sarà capito di averne fatto esperienza diretta o sentito parlare di qualcuno che abbia avuto questa spiacevole esperienza.

Il motivo di questo comune incidente, circa 4000 casi al giorno in Italia, si spiega perchè:

  • la caviglia è un’articolazione molto mobile in quanto dal punto di vista funzionale deve adattarsi a vari tipi di terreno ma espone la caviglia a maggior rischio di traumi soprattutto se la caviglia è instabile in seguito a precedente infortunio.
  • Il peso del corpo si concentra proprio sull’articolazione che collega la gamba con il piede, quella fra tibia e astragalo.
  • Spesso la prevenzione viene trascurata, soprattutto in ambito non agonistico o nelle categorie minori dove comunque si concentrano la gran parte di persone. L’incidenza maggiore si ha soprattutto negli sport da corsa più a rischio: calcio pallavolo, tennis, atletica e altri sport in cui si eseguono scatti e improvvisi cambi di direzione.Ne consegue che se non vengono presi in considerazione programmi di allenamento su stabilità, propriocezione, equilibrio, non è lo sport ad essere a rischio ma il modo con cui lo si fa e in cui ci si prepara ad affrontarlo. Per questo la distorsione di caviglia rimane statisticamente il primo infortunio che riguarda l’arto inferiore in termini di incidenza.

Niente di non risolvibile, si tratta di solito di traumi di entità minore che non necessitano di intervento chirurgico ma diventa importante seguire un adeguato percorso fisioterapico per la prevenzione di recidive. E’ infatti molto comune una nuova distorsione che può portare a rendere quest’articolazione particolarmente instabile.

Continuando nella lettura dell’articolo spiegheremo nello specifico cosa si intende per distorsione di caviglia e come intervenire con un adeguato percorso fisioterapico.

COSA INTENDIAMO PER DISTORSIONE DI CAVIGLIA?

La distorsione, in generale, è un trauma che interessa un’articolazione, dove il movimento oltrepassa la barriera fisiologica del movimento, cioè va oltre.Il movimento articolare ha una certa escursione che viene misurata in gradi che sono diversi a seconda che il movimento sia attivo, quello che la persona riesce a fare in modo attivo con coinvolgimento muscolare, e gradi di movimento passivo, ulteriori gradi che la persona o il fisioterapista possono indurre con sovrappressioni e spinte di tipo passivo.

La distorsione supera questa barriera oltre il limite dato dall’articolazione, i muscoli, i tendini, i legamenti, e la capsula articolare e nei casi più gravi può associarsi frattura.

La lesione è di grado più elevato quando esiste una lesione della capsula e dei legamenti senza distacco dei capi articolari. In tal caso infatti parliamo di “lussazione”.

L’articolazione della caviglia comprende tibia e perone, che si articolano con il primo osso del piede, e l’astragalo.

Le distorsioni interessano sia la parte interna che esterna del piedea seconda che il movimento portato all’eccesso sia in inversione o eversione del piede.

Per questo parliamo di

  • distorsione mediale se l’inversione, o rotazione interna del piede, è il movimento più sollecitato
  • distorsione laterale se l’eversione, o rotazione esterna del piede, è il movimento più sollecitato

Il legamento peroneo calcaneare, situato nella parte esterna della caviglia, è quello che statisticamente tende ad avere più traumi ed è quello che viene maggiormente sollecitato quando il piede durante l’infortunio viene ruotato all’interno.

Per la particolare conformazione anatomica la pinza fra tibia e perone, che si articola con l’astragalo, permette due movimenti:

  • la flessione, quando andiamo sulle punte dei piedi
  • l’estensione, quando portiamo verso la gamba la punta dei piedi camminando sui talloni

La stabilità della caviglia è garantita da una fitta rete di legamenti, tre a livello esterno e quattro all’interno.

Del complesso articolare della caviglia fa parte anche la sotto astragalica, l’articolazione fra astragalo e calcagno.

QUALI SINTOMI CARATTERIZZANO LA DISTORSIONE DI CAVIGLIA?

  • dolore, sia alla pressione che in movimento, soprattutto nella direzione del trauma.
  • Edema, un gonfiore generalizzato nella zona dei malleoli in particolare sul lato della distorsione.
  • Ematoma nei casi più importanti.
  • Calore, soprattutto dopo il trauma
  • Difficoltà nel movimento

COME INTERVENIRE DOPO L’INFORTUNIO ALLA CAVIGLIA?

L’intervento iniziale sarà tempestivo e servirà per ridurre dolore ed edema. Lo riassumiamo  nell’acronimo inglese RICE

  • RIPOSO, mettere subito l’arto in scarico in elevazione da sdraiati, meglio con un sostegno anche sotto il ginocchio e deambulare con stampelle in modo da non compromettere ulteriormente l’articolazione del collo piede
  • GHIACCIO, ice in inglese, per controllare sia l’infiammazione, che segue al trauma volta alla riparazione tessutale, che il dolore che si presenterà anche a riposo.
  • COMPRESSIONE, utilizzare un bendaggio compressivo per stabilizzare l’articolazione.
  • ELEVAZIONE: tenere l’arto sollevato per favorire la risalita dei liquidi e dell’edema e scaricare dal peso l’articolazione danneggiata.

Subito dopo recarsi al pronto soccorso per gli accertamenti del caso.

Test clinici ed RX serviranno all’ortopedico per una diagnosi approfondita ed escludere un eventuale frattura.

Potrebbe essere consigliata una risonanza per studiare lo stato dei tessuti molli, dei legamenti nel particolare.

IL NOSTRO APPROCCIO PER CURARE UNA DISTORSIONE DI CAVIGLIA.

Sarà il medico, a seconda della gravità della distorsione a stabilire sia il periodo di immobilizzazione che l’inizio della fase riabilitativa vera e propria. Questo periodo varia da una a tre settimane a seconda della gravità.

Il percorso terapeutico è differenziato e influenzato da diverse variabili e attraversa diversi step, che possono anche sovrapporsi, a seconda della reazione del singolo paziente.

Il primo intervento, anche in fase acuta, avrà come obbiettivo  controllare edema e dolore.

Potrebbero essere d’aiuto dei particolari magneti da utilizzare localmente in modo da ridurre l’edema e successivamente favorire la riparazione tessutale. La magnetoterapia locale ha come effetto terapeutico proprio quello di favorire la rigenerazione cellulare.

Anche l’utilizzo di particolari nastri a livello locale e a distanza può favorire sia il drenaggio che la stabilizzazione dell’articolazione. E’ per questo necessario individuare esattamente l’area di lesione e che vengano posizionati da mani esperte. Tecniche riflesse come l’auricoloterapia e i punti di agopuntura lungo il corpo, possono aiutare se opportunamente stimolati,  sia nella gestione del dolore che nel drenaggio dei liquidi.

Proseguiremo con quest’approccio in una prima fase dopo l’intervento in acuto che ha come obbiettivo la riduzione del dolore e dell’edema.

Un particolare massaggio eseguito con lo Stimolatore puntiforme o con la coppettazione a striscio, aiuterà a questo scopo andando a stimolare la produzione di endorfina, oppioide endogeno che serve proprio per alleviare il dolore. L’apertura dei linfonodi utilizzando il linfodrenaggio manuale amplificherà l’effetto drenante. In questo modo, l’edema migliorerà e sarà più accettata anche la terapia manuale locale che gradualmente riporterà verso l’articolarità completa.

Anche la terapia fisica come la tecar terapia e gli ultrasuoni possono essere integrati, al bisogno,  nel trattamento.

Secondo step: l’obbiettivo sarà quello di riportare al recupero completo dell’articolarità della caviglia con tecniche articolatorie sia di terapia manuale sia con l’utilizzo del Percussore neuromuscolare. Tramite questo strumento infatti abbiamo una duplice modalità di intervento.

Una è strettamente articolare e mira tramite manipolazioni specifiche ad individuare e correggere eventuali disfunzioni delle singole ossa del piede. L’altra è più propriocettiva in quanto tramite specifiche manovre esegue una sorta di reset al funzionamento dei muscoli del piede iportando leggerezza e miglior equilibrio quando il piede si trova in appoggio monopodalico.

Verranno introdotti gli esercizi attivi e attivi assistiti, dapprima seduti, poi in piedi aumentando via via la difficoltà.

Terzo step: recuperare la stabilità dell’articolazione. La nostra palestra è dotata di un ampio spazio ricoperto di tappetini propriocettivi che rappresentano un vero e proprio circuito esperenziale: richiamano infatti consistenze di terreno diverse quali: roccia, sabbia, erba, ciottoli,  una vasta gamma di stimoli che, se allenati  permettono ai piedi  di gestire il carichi in maniera specifica e differenziata sotto la pianta dei piedi. Diverse sono anche le tavolette propriocettive che hanno lo scopo di forzare le varie articolarità in tutte le direzioni, in particolare ne utilizziamo due che permettono di differenziare il carico e aumentare l’articolarità su avampiede e retropiede in maniera differenziata.

Una tavoletta un pò più grande, il daedalus, permette di fare propriocezione trasformando l’esercizio in gioco ed allenando contemporaneamente occhio e piede. Il BOBO invece, è sempre una tavoletta propriocettiva ma interattiva e, tramite uno schermo a cui è collegata, propone una vasta gamma di giochi virtuali, distrae dal dolore e allena il recettore oculare insieme a quello  podalico,  dando al paziente un immediato feedback visivo e permette al fisioterapista di tener traccia dei progressi.

Affida a noi per il tuo recupero, solo affidandoti a centri specializzati potrai avere la certezza del miglior risultato possibile e di ridurre al minimo le recidive e gli infortuni.

Non chiederti quanto ti costa ma cosa ti permetterà di fare recuperare al meglio la tua distorsione.

 

Per approfondire:

https://www.fisioterapiaitalia.com/patologie/piede-e-caviglia/distorsione-della-caviglia/

 

 

RX E RISONANZA NEL MAL DI SCHIENA, DARE IL GIUSTO PESO.

Quante volte in seguito a dolore la prima cosa che ti è venuta in mente è stata: vado dal medico e mi faccio prescrivere una lastra o anche sono andato dal medico e non mi ha voluto prescrivere una risonanza?

E’ importante sapere che le risposte del tuo dolore non stanno tutte su un CD e che se questi esami non sono fatti con cognizione di causa potrebbero essere addirittura inutili. Soprattutto se decidi di perseverare nel continuare a fare indagini e conoscendo la diagnosi…. non agisci per prenderti cura della tua salute.

Continua a leggere l’articolo per scoprire perché è necessario sapere se e quando un’indagine diagnostica può essere indicata.

Nella mia esperienza ormai quasi trentennale di fisioterapista ho potuto osservare il comportamento delle persone rispetto al dolore alla colonna. La cosa che viene più spontanea è andare dal medico e farsi prescrivere un RX. Alcuni pazienti arrivano con una cartella di indagini strumentali anche abbastanza datate, che hanno l’unico effetto di rinforzare la loro idea del perchè hanno il dolore. Ho il dolore perchè ho l’ernia, l’artrosi ecc. Quando si inizia a fare domande e si chiede che cosa hanno fatto nel frattempo per cambiarlo, scopri che non hanno fatto niente se non assumere farmaci e una dose X di radiazioni. Questa abitudine era molto accentuata soprattutto quando la gratuità delle prestazioni ne rendeva fruibile l’accesso più spesso.

EFFETTIVAMENTE, QUANTO SONO UTILI UNA RISONANZA MAGNETICA O UN RX? 

Nella maggior parte dei casi le linee guida in  letteratura scientifica suggeriscono che non solo non è indicato per un inutile aumento della spesa pubblica ma anche  che il paziente possa, grazie al referto radiologico, attribuire  la causa del suo mal di schiena all’alterazione anatomica. Infatti la presenza di artrosi, protrusioni ed ernia del disco sono elementi facilmente riscontrabili in pazienti che abbiano superato i 40-50 anni di età. È utile effettuare gli esami diagnostici solo se prescritti dal medico, dopo un’attenta valutazione clinica e soprattutto correlarli  all’ascolto attivo dei sintomi dalla persona. Diventano invece importanti per esempio dopo un trauma, nei pazienti in cui l’osteoporosi è importante e sia  insorto un dolore improvviso. Sono utili a seconda del trattamento che il fisioterapista deciderà impostare, essendoci dei fattori di rischio per le manovre di terapia manuale, sarà egli stesso a consigliarvi di rivolgervi al medico per valutare l’eventualità di ulteriori indagini radiografiche, per escludere per esempio la presenza di alterazioni anatomiche congenite che possono controindicare alcuni trattamenti. Lo scopo delle indagini diventa garantire la sicurezza del trattamento per il paziente.

Affidarsi ad un fisioterapista esperto in terapia manuale sarà il primo passo per smettere di perseverare nella diagnostica per immagini ed iniziare ad fare qualcosa per migliorare i propri fastidi. Quando vi rivolgerete a lui in prima battuta, sarà in grado di  delegare nel caso il vostro problema non sia di sua pertinenza.
Per questo sarà necessaria un’attenta valutazione che si divide in tre fasi.
ASCOLTO
La prima seduta di valutazione prevede l‘osservazione dell’insieme della persona,  ci si  concentra sui sintomi descritti con una modalità specifica. Per far questo sarà opportuno fare una serie di domande  inerenti al sintomo principale, da quanto tempo il sintomo è presente, in che zona e come è distribuito Il dolore, se  si presenta di più al mattino o alla sera,  si manifesta di giorno o di notte, col caldo col freddo. Si  chiede qual è l’attività lavorativa, quali i suoi hobby e lo sport preferito per valutare i fattori predisponenti.  In un gestionale, nella parte relativa alla cartella clinica, vengono raccolti tutti questi elementi  che sono la base per orientare il fisioterapista verso i test da somministrare  nel singolo caso. Anche le foto risultano utili per valutare eventuali disfunzioni posturali predisponenti.
Si terrà conto di eventuale diagnosi medica, degli esami strumentali eventualmente già in possesso della persona. Questi elementi nell’insieme contribuiranno a completare il quadro.
              
Il gestionale in oggetto è ORTHO TP di Angelo Vannella
TEST
I test da somministrare sono diversi e servono per orientare il trattamento, la presa in carico o meno del paziente. Infatti non è scontata la presenza di bandiere rosse che indirizzeranno immediatamente una persona ad una valutazione medica per eventuali approfondimenti. Dal  dolore Infatti  ci si aspettano precise risposte, un dolore che si presenta in maniera anomala potrebbe essere un campanello d’allarme  che  potrebbe far richiedere ulteriori approfondimenti. In terapia manuale esistono diversi test per evocare o far diminuire il dolore e servono per confermare o confutare l’ipotesi terapeutica.
Dal punto di vista posturale,  sarà invece utile andare a valutare cosa fra occhio, piedi, articolazione temporo-mandibolare e pelle, intesi come recettori posturali, stanno incidendo sull’atteggiamento posturale della persona per stabilire  dove porre il nostro Focus e ottenere benefici del trattamento.  Dopo la seduta è importante ritestare il tutto e valutare il cambiamento del sintomo e dell’intensità del dolore.
A questo scopo viene utilizzata una scala VAS  del dolore. Il paziente viene invitato ad assegnare al dolore un valore da 1 a 10. Verrà valutato se il dolore cala o aumenta dopo o durante il test e il suo andamento durante il percorso terapeutico.
RE-TEST 
In presenza di mal di schiena il test può diventare anche il trattamento. Stabilire una direzione del Movimento terapeutico e farlo eseguire al paziente,  conferma o cambia  l’ipotesi di trattamento. Il re-test può essere applicato ad un articolazione, ad un muscolo, ai nervi.
Proponiamo percorsi dove ogni seduta prevede valutazione, test, re-test.
La nostra filosofia in ciò che proponiamo è: pianta il palo e vedi l’ombra. Il paziente viene portato alla consapevolezza del cambiamento e volta per volta ci autorizza a procedere. Capita che  non sempre le risposte siano eclatanti, per questo si valutano altre possibilità fino ad arrivare alla soluzione. Un dolore che non cambia  o non segue  i meccanismi classici del dolore potrebbe portare il fisioterapista indirizzare  il paziente  dal medico, per ricercare una causa non legata a natura muscolo scheletrica.
Quello che vi invitiamo a fare, in presenza di mal di schiena, è evitare di continuare a fare inutili indagini radiografiche e prendervi cura dei segnali che il corpo invia. Il beneficio che ne trarrete sarà che  trattamento sarà in direzione  della prevenzione ed in questo sicuramente più gestibile in minor tempo e con meno sedute.
Vi aspettiamo in Studio per la Vostra valutazione.
          Per approfondimenti visita il sito
          https://www.fisioterapiaitalia.com/patologie/lombare/mal-di-schiena/

COME OTTENERE BENEFICI MIGLIORANDO LA RESPIRAZIONE

COME OTTENERE BENEFICI MIGLIORANDO LA RESPIRAZIONE

Quanto è importante respirare bene?

Considerato che se ti manca il RESPIRO è finita e che il respiro consapevole è la base per stare meglio, ti invito a continuare la lettura dell’articolo.

Ti suggerirò strategie semplici ed efficaci per entrare in contatto col tuo respiro e con la tua miglior versione di te.

 

Se nella tua vita hai provato emozioni forti, come ad esempio la paura, ti sarai accorto di quanto sia difficile respirare e di come il respiro si concentri sulla parte alta della gabbia toracica ed addirittura sul collo. E’ questa una situazione in cui i muscoli deputati al movimento del collo, aiutano a respirare e, caricandosi di un lavoro che dovrebbe essere straordinario, si accorciano.

Chi è asmatico o ansioso conosce bene questa situazione ed osservando questa zona, anteriormente, è possibile notare delle rigidità muscolari importanti che possono addirittura cambiare la posizione della clavicola e del rachide cervicale.

Se la nostra vita è dominata da emozioni non piacevoli possiamo porci come obbiettivo l’imparare ad usare il corpo e il respiro per cambiare le emozioni. Con il corpo, e in questo caso con il respiro, possiamo cambiare la qualità della nostra vita adottando dei semplici accorgimenti che incideranno positivamente sulle nostre emozioni. Ecco di seguito alcuni suggerimenti ed esercizi.

Il respiro accomuna tutti, sportivi, atleti, operatori sanitari, ma in quanti conosciamo i suoi reali benefici e sappiamo utilizzarli?

 

Le emozioni che stiamo vivendo da più di un anno, hanno innalzato i livelli di stress e la paura dell’ignoto, del virus, ci hanno portato ad utilizzare in maniera meno fisiologica il nostro respiro, diventato sempre più superficiale. Questo si traduce in una abbattimento delle perfomance sia a livello fisico che della vita privata e nel quotidiano in generale.

Respirare bene è alla base della vita, non è qualcosa che riguarda solo lo sportivo, ma se fatto bene ci porta ad essere più produttivi e a migliorare il rapporto con se stessi aumentando la consapevolezza, l’auto ascolto, la lucidità mentale e la concentrazione.

Una corretta respirazione migliora la nostra salute a 360 gradi regalando ossigenazione ai tessuti, migliorando il metabolismo cellulare.

Migliora la postura, la digestione.

Cambia il mindset, la capacità di gestire le emozioni negative e lo stress migliorando la performance e i risultati.

Possiamo, attraverso il respiro, attivarci o rilassarci a piacimento.

Per farlo è necessario imparare e praticare, abbiamo già gli strumenti, in dotazione fisiologica di base, nel nostro corpo.

In questo periodo in particolare, siamo costretti a tenere per tante ore la mascherina, togliamo qualità all’aria che respiriamo, limitiamo la visione oculare, stimoliamo le parafunzioni della mandibola. Limitiamoci ad usarla quando strettamente necessario e non se da soli in macchina o a fare una passeggiata in riva al mare.

RESPIRARE CONSAPEVOLMENTE

Il respiro guida lo stato emotivo, per questo il diaframma, principale muscolo respiratorio, deve funzionare bene e sfruttare tutta la sua capacità ventilatoria, per aumentare il volume della gabbia toracica, aumentando in questo modo la capacità polmonare. Respirare di diaframma tende a calmare il Sistema Nervoso. Le tecniche di meditazione ci insegnano questo partendo proprio dal respiro.

Come fare a capire se si respira con il diaframma? E’ necessario poggiare le mani sotto le ultime coste, ci si assicura che il petto rimanga immobile, la pancia non deve fuoriuscire troppo, le coste devono allargarsi sia lateralmente che in antero-posteriore, in modo che la voce possa fluire liberamente se dovessimo pronunciare una frase.

I BENEFICI DI UNA CORRETTA RESPIRAZIONE

I benefici dati da una buona respirazione sono trasversali, grande parte delle persone non ne è consapevole.

Il benessere psicofisico è basato su corretto utilizzo del diaframma che consente di attivare al meglio il sistema linfatico.

La respirazione è il mezzo primario attraverso cui espelliamo le tossine. Ben i ¾ delle tossine che espelliamo nelle 24 ore dal nostro corpo escono attraverso il respiro.

Le persone, in generale, respirano in maniera superficiale utilizzando solo la parte alta del torace.

Se, per esempio, si contrae l’addome e si prova a respirare contemporaneamente, si può notare che l’aria fa fatica ad entrare. Quando siamo sotto stress succede proprio questo, senza accorgersene, la respirazione diventa superficiale e i polmoni non si riempiono bene, la quantità di tossine eliminate diventa inferiore.

Tutto questo si traduce in un abbassamento delle difese immunitarie, che porta più facilmente a sviluppare malattie, e quando la situazione si fa cronica, ad una mente meno attenta e presente perché non arriva abbastanza ossigeno al cervello. Il respiro è una vera e propria medicina.

Il 70% degli scarti che produciamo viene eliminato con la respirazione, il restante con feci, urine e sudorazione, questo per sottolineare il ruolo detox che ha la respirazione.

Ogni atto respiratorio ha un costo energetico e metabolico, con una corretta ventilazione se solo riuscissimo a risparmiare un atto respiratorio al minuto, diminuiremo più di 1000 atti respiratori ogni giorno. Un grandissimo risparmio energetico per il nostro corpo.

Oggi la scienza finalmente dice di imparare la respirazione consapevole che ci porta a gestire il focus, l’attenzione e ci aiuta a gestire lo stress.

Anche il mal di schiena, il dolore cervicale, la gastrite, sono collegati a un’alterazione della dinamica diaframmatica.

 

 

Noi siamo come respiriamo, basta osservare come respira una persona per rendersi conto del suo stato emotivo. L’apnea, una frequenza elevata degli atti respiratori, un respiro nella parte alta della gabbia toracica, portano a tutta una serie di problematiche correlate. Per questo si rende necessario prendere consapevolezza che respirare è si una cosa semplice e automatica, ma spesso non è corretta.

E’ basilare avere la lucidità di saper gestire il proprio stato respiratorio e riuscire a portarlo nella quotidianità rendendolo un abitudine.

 

 

PREPARIAMOCI INSIEME A FARE ALCUNE ESPERIENZE UTILIZZANDO IL RESPIRO.

RESPIRARE COL DIAFRAMMA.

L’obbiettivo è percepire e capire, posizionando una mano sul torace e una sull’addome, a livello dell’ombelico, la nostra modalità di respirazione. Lo facciamo in piedi.

Torniamo ad imparare a respirare come i bambini, con l’addome, di pancia, addominale. Quando nasciamo la nostra respirazione è di tipo addominale, chi ha un bimbo piccolo può osservarlo facilmente, muove molto il pancino. Poi con l’età, vicino al primo picco pediatrico, questa capacità viene persa. Entrano in gioco i meccanismi di scoperta dello stress, della scuola, l’alimentazione, sedentarietà e la respirazione si sposta verso l’alto. La respirazione toracica è legata al sistema di attivazione simpatica, attivando la respirazione addominale attiviamo il sistema parasimpatico, questo ci porta ad un miglioramento della vita a 360 gradi. Sotto tantissimi aspetti.

La respirazione toracica è quella che riempie in alto a livello sternale e toracico alto. La respirazione diaframmatica invece è quella che riempie la pancia e la spinge in fuori. L’aria riempie i polmoni fino in fondo e fa uscire l’addome.

Attenzione, nel respiro profondo, a non portare solo l’aria in alto, ma bypassare il torace lasciandolo fermo e mandando l’aria verso l’addome. Normalmente, per stile di vita tendiamo ad avere respirazione alta.

Immaginare di riempire una caraffa quando inspiriamo e quando la svuotiamo, facciamolo in senso opposto, dal basso verso l’alto. Potreste sentire la parte bassa bloccata, rigida e questo succede perché la maggior parte delle persone non sa respirare.

La sensazione di sentir girar la testa è normale perché quando si va a lavorare sul diaframma, che è il muscolo principale della respirazione, si innescano una serie di meccanismi per cui si possono manifestare rossore, calore, formicolio, gira la testa, tutta una serie di situazioni innescate dall’ossigeno che aumenta nel circolo e questo può darvi l’idea di quanto normalmente respiriate male.

 

 

Molto importante è associare sempre al ritmo respiratorio anche una visualizzazione. Immaginare il percorso dell’aria che entra e che esce per poi riuscire a portare questo atteggiamento ad un abitudine, a qualcosa che diventa parte di noi, di consolidato per riuscire a gestire meglio gli stati emotivi, la vita di tutti i giorni e quello che ci capita. Essere padroni del proprio respiro, farlo tuo in modo da avere un controllo della situazione, automatizzato dall’allenamento.

 

 

 

 

 

 

GESTIONE DELL’ANSIA E DELLO STRESS TRAMITE LA RESPIRAZIONE

Possiamo fare questo esercizio quando sentiamo che in seguito a questi due fattori, il nostro battito si fa più accelerato

Prendete al polso o alla carotide, come siete più comodi, il battito cardiaco.

In un minuto di massima concentrazione, utilizzate il cuore come metronomo, il battito del cuore diventa un conta tempo.

Inspirate attraverso il naso contando tre battiti cardiaci ed espirate attraverso la bocca contando sei battiti. Portiamo per un minuto grande focus al respiro. Espirate quindi più lentamente.

In un minuto, ci possiamo rendere conto che la frequenza cardiaca si è ridotta e a molti di voi è bastato un minuto per sentire di meno il battito e quindi abbiamo dovuto premere un po’ di più per sentirlo.

Cosa significa questo? Basta un minuto per ridurre la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, andando a lavorare positivamente sui segni classici dell’ansia, dello stress. Le persone allenate a modulare il respiro entrano in pochi secondi nel mindset, in quello stato di rilassamento.

All’avvicinarsi delle ore notturne possiamo sfruttare questo meccanismo per farci arrivare al sonno più tranquilli e rilassati. Questa abitudine porta anche a potenziare le connessioni mentali e ci rende più lucidi, concentrati, tranquilli.

RESPIRAZIONE A QUATTRO TEMPI

E’ una tecnica molto utile utilizzata anche dai militari in condizioni di stress, chiamata respirazione a quattro tempi o al quadrato, il tactical breathing, è una respirazione dove si rimane focalizzati su un compito riuscendo a mantenere molto contenuta la frequenza cardiaca.

Prendiamo un quadrato, il cui lato non è espresso in cm ma in secondi, l’ideale è circa 4 sec per ogni lato, e andiamo a lavorare su una respirazione diaframmatica. La fase di inspirazione avrà la durata di quattro secondi, seguirà una fase di apnea, una di espirazione, infine una fase di apnea il tutto per 4 secondi. Questo modulo respiratorio è considerato uno schema che ci permette di rimanere focalizzati, concentrati, sul pezzo senza andare in rilassamento.

RESPIRAZIONE E SPORT

Al contrario, il rilassamento pregara degli atleti non è funzionale, soprattutto in determinate discipline in cui devi essere rilassato ma al tempo stesso molto pronto all’azione e focalizzato.

Il tipo di respirazione cambia in modo da essere funzionale alla prestazione. Possiamo sfruttare a questo scopo il dialogo interno, utilizzare per esempio una frase motivante. In questo modo induciamo la frequenza cardiaca a rallentare, a consumare meno ossigeno, avere una pressione arteriosa controllata, a mantenersi mentalmente accesi ma con un pedale sul folle, pronti sullo stacco.

Nella vita di tutti i giorni, facciamo dei lavori in cui non siamo impegnati fisicamente ma mentalmente il nostro motore continua a bruciare, così da arrivare a fine giornata dove non si fatto niente di fisico ma ci si sente stanchi e mentalmente a pezzi. Il fatto di riuscire a coordinare degli stati di recupero e di respiro, è basilare per essere performanti. E’ quindi importante riuscire a trovare il momento di recupero mentale per poi ripartire. E il respiro ci permette di fare questo. L’isolarsi in condizioni difficili, giostrarsi e sapersi focalizzare è fondamentale, poiché ogni processo funzionale è legato al respiro.

COME FARE L’ESERCIZIO.

Fare due respirazioni ampie e poi partire, controllando la postura, le spalle sono rilassate inspiro 4, pausa 4, espiro 4, trattengo 4 battiti. Ripetere il ciclo e nella fase finale in cui trattengo mi dico una frase: sto bene. Apnea, trattengo, frase. Inspiro, trattengo, espiro, trattengo: sto bene, sono rilassato, mi dico la frase.

Invertiamo. Inspiro, trattengo frase, ci sono, espiro, trattengo. Di nuovo per 4 volte e dopo apro gli occhi. Se sei molto concentrato sfrutti l’espirazione per indurti pacatezza e tranquillità, sfrutti l’inspirazione per cercare concentrazione, seguire questo ritmo ti fa stare sul pezzo, sei collegato, focus sull’obbiettivo e ripeti il mantra. Questa è una modalità molto utile. Ogni cosa fatta con la respirazione porta a degli adattamenti, sudo, ho caldo, gira la testa, è assolutamente normale.

RESPIRAZIONE E DOLORI ARTICOLARI

Per chi ha problemi alle spalle o muscolari in generale, un esercizio molto bello è, associare contrazione e decontrazione con la respirazione.

Se si hanno spalle rigide, durante l’inspirazione, irrigidiamole ancora di più 5 secondi e durante l’espirazione lasciamo andare 10 secondi. Possiamo applicare questo esercizio a diversi distretti corporei.

Anche se ci si sente tesi prima di una conferenza di uno speech, di un incontro importante, provate a contrarre e decontrarre i muscoli e preparatevi in questo modo.

INOLTRE…

Avere una buona respirazione accelera il metabolismo e aiuta nelle diete.

Nella fame emotiva può aiutare perché la respirazione è alla base degli stati emotivi. Già avere consapevolezza del respiro significa essere padroni della propria mente. Se poi associamo al respiro anche delle strategie mentali se diventa una macchina da guerra.

Le nostre cellule risentono dell’aria che respiriamo, quindi fare delle pause, inserire la respirazione consapevole, mettersi all’aria aperta per non risentire dell’aria chiusa degli uffici. Prendersi delle pause dalla ffp2. Queste abitudini salutari ci consentono di mantenere una corretta igiene respiratoria e avere benefici ad ampio spettro.

Quanto si può stare senza respirare? L’ossigeno è il nutrimento principale delle cellule, la mancanza di ossigeno è la causa principale per cui le cellule non si duplicano più nel modo giusto, la mancanza di ossigeno è molto tossica per le cellule. La respirazione attiva il metabolismo e il sistema linfatico, il sistema linfatico tramite la linfa porta il nutrimento alle cellule, le cellule sono elemento fondamentale del nostro corpo. La nostra salute è in diretta proporzione alla qualità delle nostre cellule.

In conclusione, quello che vi invito a fare , è ascoltare il vostro modo di respirare, fare una valutazione presso il nostro centro in modo da poter imparare a gestire in maniera corretta la vostra respirazione.

Infatti, spesso da soli non è possibile capire come fare per avere una respirazione performante per via dei blocchi diaframmatici che non siete nemmeno consapevoli di avere e questi vengono affrontati con un trattamento fisioterapico specifico.

Il beneficio che ne trarrete sarà a 360 gradi, a livello muscolo scheletrico infatti il diaframma è al centro di tutte le catene muscolari e per questo può limitare il movimento del collo, della schiena, delle spalle. Inoltre un corretto funzionamento diaframmatico esegue un vero e proprio massaggio a livello addominale, laddove, oltre all’intestino, si trovano i grossi vasi del sistema linfatico. Per questo il beneficio sarà anche nel miglioramento delle difese immunitarie e del transito intestinale.

 

Vi aspettiamo nel nostro centro per lavorare insieme sul vostro respiro.

DOLORE AL TALLONE E ALLA PIANTA DEL PIEDE

 

Hai un dolore che non accenna a diminuire al tallone o alla fascia plantare che si ripresenta quando cammini, fai sport o metti una determinata calzatura?

Potresti avere necessità di un consulto ortopedico o con un fisioterapista specializzato.

Infatti, scoprire qual è la causa scatenante, non è semplice in quanto può essere legata a strutture diverse.

Il tallone è la prima parte del piede che in un cammino fisiologico tocca il suolo e per sua funzione biomeccanica subisce molte sollecitazioni e carichi.

Dal punto di vista anatomico il tallone corrisponde al calcagno, un osso spugnoso molto resistente che in caso di cadute dall’alto può frantumarsi in più pezzi. Esso si adagia sull’astragalo col quale ha un articolarità particolare.

Posteriormente dà inserzione al tendine d’Achille, mentre inferiormente alla tendine della fascia plantare che si dirama sino alle dita.

In questo articolo ci focalizzeremo sulle patologie che affliggono questa zona ma anche sulle soluzioni per risolvere questo disturbo.

 

COSA E’ LA TALLONITE?

E’ questo un termine molto generico per indicare un dolore nel piede nella zona del tallone, al di sotto o a livello dell’inserzione del tendine d’achille.

Dolore che può presentarsi al mattino, con l’appoggio al pavimento, o gradualmente o durante il carico.

Diverse sono le patologie che possono dare questo dolore e saranno valutate e trattate caso per caso.

 

FASCITE PLANTARE

La fascia plantare ha un ruolo importante nella trasmissione delle forze a terra quando ci muoviamo e soprattutto nel cammino che nella corsa. Il sovraccarico funzionale infatti può essere indotto da alcuni tipi di sport in soggetti predisposti.

E’ un dolore che interessa la fascia plantare che prende inserzione sulle dita e sul calcagno. In seguito a tensioni anomale la fascia può ispessirsi e a livello inserzionale manifestarsi un entesite, una infiammazione dell’inserzione del tendine della fascia plantare proprio sul calcagno.

TRATTAMENTO

Se la causa è legata a sovraccarico funzionale, dovuto per esempio ad attività sportive che prevedono carichi intensi, sarà utile ridurre questi carichi.

Trattamenti mirati di allungamento della fascia come la miofibrolisi classica, possono renderla nuovamente elastica diminuendo la tensione inserzionale prima che l’evoluzione porti alla formazione della Spina Calcaneare.

La riarmonizzazione articolare indolore prevede un trattamento con Percussore neuromuscolare che mira a riequilibrare i carichi articolari non solo a livello locale ma a livello di tutto il corpo.

Per questo abbiniamo anche un lavoro a livello dei recettori posturali lontani dal piede ed in particolare degli occhi che incidono sull’appoggio plantare.

SPINA CALCANEARE

 

E’ diagnosticabile con una radiografia in corrispondenza dell’inserzione della fascia plantare nella regione inferiore del calcagno. L’evoluzione della entesite del tendine della fascia porta infatti al depositarsi di sali di calcio che portano alla formazione caratteristica della spina. A seconda di come questa formazione si dispone il trattamento e l’andamento della guarigione saranno differenti.

 

CAUSE

  • Alterazioni posturali, per esempio lo sbilanciamento del corpo in avanti
  • patologie dell’apparato stomatognatico
  • Retrazioni muscolari della catena muscolare posteriore
  • appoggio plantare non funzionale
  • disfunzioni di movimento del piede e delle ossa del piede
  • Obesità

TRATTAMENTO

Una attenta valutazione del paziente e delle sue disfunzioni posturali, servirà per stabilire le priorità del trattamento e le eventuali cause.

Età, stile di vita, sport praticati possono essere fattori scatenanti.

In fase acuta può prevedere un approccio farmacologico o infiltrativo che non sempre danno risultati.

 

 

La stimolazione biologica in prima fase può essere d’aiuto nella gestione del dolore e prevedere l’utilizzo di onde d’urto, Tecar terapia associate alla terapia manuale mirata alla riarmonizzazione del movimento muscolare e articolare non solo a livello locale ma di tutto il corpo.

Un programma di esercizi domiciliari di allungamento muscolare sarà eseguito dal paziente per mantenere i risultati e raggiungere l’obbiettivo di eliminazione del problema.

Un valido aiuto viene dalla stimolazione della pianta del piede tramite i Postural Podalic Carpet che tramite la stimolazione propriocettiva su consistenze differenti tende a riarmonizzare l’appoggio plantare e la postura in generale.

 

 

 

TENDINITE ACHILLEA E SPERONE CALCANEARE

Il dolore si manifesta nella parte posteriore del calcagno dove abbiamo l’inserzione del tendine del tricipite surale, muscolo formato dai due gastrocnemi e il soleo che si trovano nel polpaccio. A volte può associarsi a fascite plantare e spina calcaneare. Sollecitazioni anomale e ripetute possono portare a infiammazione del tendine e, nei casi più gravi alla sua rottura.

In questo caso il dolore si manifesterà posteriormente al tallone e a volte può essere irritato anche da calzature non idonee.

TRATTAMENTO.

Anche in questo caso la presa in carico del paziente sarà globale e mirata al ripristino di una corretta modulazione della tensione muscolare e fasciale a livello sistemico. Si interverrà sulla postura in generale dopo acquisizione di immagini fotografiche per relativo studio con appositi programmi. Si agirà quindi in maniera mirata sui trigger points e punti algici miofasciali che causano retrazioni tessutali che portano nel lungo periodo ad avere dolore. Un’azione mirata sarà anche a livello di giusti rapporti articolari che coinvolgeranno non solo il piede, ma anche il sacro sino ad arrivare all’atlante. L’approccio sarà nella nostra filosofia, sistemico e non solo localizzato.

La vascolarizzazione tessutale e la disattivazione dei punti trigger, ricercata con tecniche mirate di miofibrolisi farà in modo che i tessuti sia più elastici e rispondano meglio alle sollecitazioni, inibendo così il dolore.

Possono essere anche utili trattamenti con elettromedicali quali onde d’urto inserzionali, Tecar terapia su ventre muscolare e trigger point, quando indicati.

Gli esercizi terapeutici consigliati a domicilio saranno molto specifici a livello del piede, ponendo attenzione all’appoggio plantare, di tutta la catena posteriore e esercizi per i muscoli posturali dell’occhio.

E’ possibile utilizzare mezzi fisici come onde d’urto o tecar terapia ma sempre in sinergia col trattamento manuale.

 

 

Ti aspettiamo in studio per sperimentare di persona il nostro approccio globale.

Per info e approfondimenti

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/dolore-al-tallone/

Fondamenti di Miofibrolisi Integrata – Virginio Mariani, Giulio Picozzi- Ed Feltrinelli.

I cinque sistemi dell’NSR. – Virginio Mariani, Giulio Picozzi – Marco Sabatelli Ed

Diagnosi e correzione delle disfunzioni vertebrali con Percussore neuromuscolare. -Virginio Mariani, Giulio Picozzi

 

ATTIVITA’ FISICA, QUALE SCEGLIERE?

Se vi siete già posti questa domanda, muoviamo i primi passi per fare in modo che questa intenzione duri nel tempo.

Come trovare la motivazione e lo scopo per muoversi.

Ogni traguardo che ci prefiggiamo, se non troppo semplice e scontato, richiede impegno, sforzo, lavoro, fatica.
Se partiamo con un pensiero depotenziante come può essere il pensare: chi me lo fare? In questo modo otteniamo che il nostro cervello si predispone, interpreta a modo suo questa frase che ci raccontiamo. Il risultato sarà che il nostro obiettivo verrà affrontato come lavoro faticoso e la nostra mente potrà farcelo sembrare più difficile e pesante.

Continuando a leggere l’articolo  verrai guidato ad utilizzare le strategie migliori su come fare ad affrontare la tua sfida e trovare l’attività fisica più adatta alle tue esigenze.

 

Il mio personale suggerimento è farsi delle domande.

Perché vale la pena impegnarsi nel fare attività fisica?

Quale è l’attività più adatta per mantenersi in salute?

Come mi sentirò quando avrò raggiunto il risultato che desidero?

Perché lo voglio? Cosa mi darà?

Se ci è capitato di ottenere un risultato che abbiamo desiderato a lungo, sicuramente lo abbiamo programmato, non è arrivato per caso. Abbiamo raggiunto quell’obbiettivo attingendo dentro di noi, caricandoci di emozioni forti e positive. E dopo abbiamo provato la consapevolezza di ciò che di bello abbiamo ottenuto, di quanto ci siamo sentiti bene nell’assaporare la nostra piccola o grande vittoria nell’aver realizzato un progetto a cui tenevamo.

Per ottenere quel risultato abbiamo agito, non abbiamo ascoltato chi cercava di sviarci e probabilmente abbiamo fatto più tentativi, magari trovando anche delle strade alternative. Siamo riusciti a tirar fuori una motivazione che ci ha spinto verso l’azione.

Se finalmente dentro di noi abbiamo deciso di iniziare a muoverci, o già lo facciamo, decidiamo di tracciare la nostra rotta. Stabiliamo un obbiettivo concreto, non un desiderio, programmiamolo in modo che sia realizzabile, diamoci una scadenza ben precisa, rendiamolo fattibile e motivante per noi. Potremo darci anche degli step che ci permettano di controllare come procede, e per continuare la metafora, controlliamo se stiamo seguendo la nostra rotta.

Poi iniziamo a lavorare con la nostra immaginazione: immagina come la tua salute potrebbe migliorare perseguendo l’obbiettivo che ti sei preposto. Ricorda che un grande obbiettivo può essere spezzettato in tanti micro obbiettivi che lo fanno apparire più raggiungibile.

Sapete come si mangia un elefante? A piccoli morsi.

 

Importante o urgente.

L’attività fisica è importante per la salute, in questo momento magari vi sentite bene e potrebbe essere non urgente muovervi, attivare il corpo. Spesso però, la sacrifichiamo perché ci sono cose che riteniamo più urgenti da fare.

Quante volte avete pensato: mi piacerebbe iscrivermi in palestra per sentirmi meglio, in forma, salute, riuscirei a dedicare addirittura più energia a famiglia e al lavoro. Dovrei proprio farlo ma… non ho tempo, non ho soldi…insomma tutte le scuse che ci raccontiamo aspettando la giusta congiunzione astrale.

Abbiamo considerato il fatto che potrebbe arrivare il momento in cui, invece, muoversi può diventare urgente? Perché, per fare un esempio, dobbiamo andare in spiaggia: motivazione estetica.

Perché il corpo ci ha presentato il conto e la nostra schiena si è bloccata, non riusciamo più a fare una rampa di scale in scioltezza: motivazione salute.

Allora perché aspettare  l’urgenza e non agire subito?

Riconoscere l’urgenza significa anche soffermarsi a pensare: se continuo a perseverare nelle mie abitudini che cosa potrà cambiare? Come sarò fra un anno? Fra cinque, fra dieci e quando sarò vecchio… come sarò se non mi prenderò cura del mio corpo?

Mi siedo, con me al mio fianco, ci penso e faccio i conti della serva, relaziono i costi e i benefici e…AGISCO!

Quando riconosciamo il valore di una data attività nella nostra vita, cosa vogliamo per noi e i nostri cari, iniziamo a voler creare uno spazio e programmiamo le nostre attività stabilendo le priorità. Solo in questo modo riusciremo a fare le cose non urgenti ma comunque importanti.

Pensare all’azione ci mette in crisi ma è la strada per iniziare.

Per quale motivo decidere che sarà dal prossimo anno che mi metterò a dieta, che darò inizio all’attività fisica? Che cosa mi impedisce di farlo subito?

Se hai deciso fallo.

Quale attività posso intraprendere?

Una delle domande ricorrenti dei pazienti è: quale attività posso fare che si adatti al mio corpo in modo che possa mantenere il benessere?

Il mio suggerimento è di fare qualsiasi attività possa farci stare bene, in assenza di patologie particolari, senza strafare. Ci sono persone che vorrebbero fare, mentre invece continuano a rimandare, tenendo fra i desideri la forma fisica.

Le giustificazioni che ci cerchiamo sono le più disparate, fra cui la disponibilità economica, senza renderci conto che molte attività sono gratis e a volte richiedono veramente pochissimo tempo in cambio di tantissimi benefici.

Continuando a leggere vi spiegherò quali attività potete fare, quali quelle più adatte a voi,  come e perché fare movimento.

Torniamo molto indietro negli anni, agli albori dell’umanità. Nella sua evoluzione l’uomo è passato da Ominide a Homo erectus, un passaggio molto importante in quanto si è passati dal camminare, arrampicarsi a quattro zampe a camminare su due, siamo quindi diventati esseri bipedi.

I piedi, lo scheletro e il tessuto connettivo si sono adattati a questo. Da un piede prensile si è passati ad un piede un po’ più rigido e articolato. Il femore è divenuto più lungo, le spalle sono divenute più larghe e gli avambracci più corti. Il tessuto connettivo si è adattato, i glutei sono divenuti più grossi, il tendine d’Achille più lungo e le fibre muscolari si sono predisposte per essere più resistenti. Si è sviluppato un legamento particolare, il legamento nucale, che è presente solo negli animali da corsa e che serve per sorreggere la testa. L’uomo è l’unico primate ad averlo e questo serve per impedire alla testa di sobbalzare durante la corsa.

Andando avanti con l’evoluzione, si è favorita la resistenza, in quanto i nostri antenati si sono dovuti adattare a camminare a lungo e velocemente per cacciare o cercare bacche. Sicuramente questo è stato un passaggio che parrebbe solo faticoso o noioso, legato al bisogno di sopravvivenza e di soddisfacimento della fame. Probabilmente la programmazione biologica includeva una motivazione molto alta, ma sicuramente qualcos’altro rientrava in quella programmazione.

Siamo biologicamente programmati per evitare il dolore e andare verso il piacere. E anche allora, sicuramente qualcosa si muoveva per portarci verso il piacere.

Oggi siamo a conoscenza, e chi fa sport lo sa bene, di come ci si senta bene, dopo aver fatto attività fisica, tanto da averne quasi una dipendenza. La produzione di neuromediatori chimici capaci di produrre piacere e resistenza al dolore fa parte di questo meccanismo.

Le endorfine prodotte dall’ipofisi dopo attività fisica, hanno proprietà assimilabili alla morfina e agli oppiacei per il loro effetto, ma i neurotrasmettitori che provocano più piacere sarebbero gli endocannabinoidi. Essi vengono prodotti dopo una corsa lunga, pedalate in bicicletta e lunghe salite in montagna.

Ci sono studi che hanno dimostrato che la produzione di questi neuromediatori risulta addirittura triplicata se per lungo tempo ci dedichiamo ad una corsa moderata.

Se si effettua per almeno 20 minuti un’attività sostenuta, come ciclismo o camminate impegnative, che sia capace di innalzare la frequenza cardiaca, si innesca il meccanismo di “ricompensa”

Man mano che nei giorni procediamo con il nostro allenamento, la dipendenza inizia ad arrivare perché il nostro stato mentale si modifica e facilita la decisione e la perseveranza nel fare movimento.

L’esercizio regolare cambia la struttura del cervello rendendolo più sensibile al piacere e propenso a farci attivare e a farci muovere. Via via che ci alleniamo, si creerà una necessità per il nostro corpo, avremo sempre più voglia di muoverci sino a che non avremo instaurato l’abitudine.

Per sviluppare questo processo sono necessarie dalle quattro alle sei settimane. E’ in quel frangente che bisogna tener duro per instaurare la salutare abitudine al movimento.

Se effettivamente dedicarvi al movimento è un problema economico, sono diverse le abitudini a costo zero che possono farvi stare bene: la camminata veloce, il Nordik walking, il digiuno, la meditazione, la preghiera e il sesso.

Tutte queste cose funzionano se…le fate!

Il cambiamento fisico seguirà di pari passo all’impegno e sarà accompagnato dal cambiamento dello stato d’animo, del vostro umore in positivo, vi sentirete più energici e frizzanti.

Altro neurotrasmettitore che viene messo in circolo è la dopamina. Essa entra in gioco migliorando oltre allo stato d’animo l’attenzione, la motivazione. Persino a livello cerebrale, il deposito di questo mediatore aumenta, andando a scatenare la produzione di particolari enzimi che fanno da recettori per la dopamina, e questi attivano i centri celebrali del piacere.

La serotonina è importante nel controllo degli impulsi e l’autostima, contrasta l’azione del cortisolo, l’ormone che induce stress, diminuendolo e favorisce l’apprendimento tramite la formazione di nuove connessioni cerebrali fra corteccia e ippocampo.

Uno studio svolto da James Blumenthal, porta l’attenzione su come l’attività fisica possa dare risultati anche sulla depressione. Lo studio, condotto su un campione di 202 adulti, è stato condotto differenziando le persone in tre gruppi a cui sono stati somministrati rispettivamente solo antidepressivi, solo esercizio fisico e ad un gruppo esercizio e antidepressivi. Le conclusioni hanno evidenziato che i risultati sono stati sovrapponibili sia utilizzando l’esercizio che l’antidepressivo. Ma mentre il farmaco agiva più rapidamente, l’esercizio fisico manteneva il risultato nel lungo periodo.

E’ importante, per mantenere questo effetto, l’intensità e la durata dell’esercizio: questo può essere breve ma intenso, oppure avere una media intensità e una durata di almeno 40 minuti, da ripetere dalle 3/5 volte alla settimana.

I benefici del movimento ricoprono un importante ruolo antiaging, infatti quando invecchiamo tendiamo a perdere circa un 13 % di recettori dopaminergici, mentre nell’anziano che si mantenga più attivo la quantità di recettori è più simile a quella dei soggetti giovani.

Il movimento stimola la neuroplasticità neuronale, la formazione di nuove sinapsi perché ci stimola ad apprendere e stimola i fattori di crescita che che servono per stimolare l’apprendimento, il ricordo, il pensare e la gestione delle emozioni.

In realtà le attività che potremo scegliere, sono diverse e sicuramente un criterio di valutazione è che prima di tutto devono piacerci. Una volta iniziata l’attività, partire in quarta e strafare non è indicato, il sovraccarico non è mai consigliato.

Dovremo orientarci verso attività contro resistenza e alta intensità, esercitare l’equilibrio, la coordinazione.

Ottimi risultano essere la camminata veloce, il nordik walking, la corsa e il ballo, che sono oltretutto attività aerobiche, in grado quindi di allenare anche il sistema cardio-vascolare.

L’attività fisica dovrebbe essere svolta in maniera piacevole e fluida e protrarsi nel lungo periodo. La cosa importante è che si presti attenzione, durante il movimento, al corretto assetto corporeo. Possiamo per esempio immaginare di sorreggere un libro sulla testa e doverlo spingere verso l’alto avendo presenza nel cercare sempre un adeguato allungamento.

Un corretto appoggio plantare fa si che anche la vibrazione che si propaga dal calcagno, nella fase di appoggio al terreno, sia adeguata. Il corretto appoggio del tallone sul terreno innesca una vibrazione che induce la produzione ossea, per questo il piede deve srotolare il suo appoggio in maniera corretta sino al primo dito ed è fondamentale l’uso di scarpe idonee. L’uso delle scarpe da tennis va riservato all’attività sportiva. Scarpe troppo morbide indossate tutto il giorno accentuano infatti le problematiche dei piedi.

Anche il modo di respirare merita la giusta attenzione, una respirazione nasale che vada a sfruttare la capacità di riempimento polmonare, con un coinvolgimento ottimale del muscolo diaframma, il muscolo più importante per la respirazione spesso retratto se si soffre d’ansia.

Ricordiamo che durante la corsa e il cammino anche il tronco, le braccia e tutto il corpo partecipano, ricordiamo di coordinare le braccia e se utilizziamo i bastoncini, avremo il beneficio di innescare un lavoro muscolare a spirale che coinvolge tutto il corpo e non esclusivamente le gambe. Camminare su sentieri accidentati stimolerà in maggior modo l’equilibrio e al variare delle pendenze andremo a stimolare gruppi muscolari diversi.

E’ importante che queste attività vengano svolte nel quotidiano o almeno due tre volte la settimana, una volta iniziate fatelo per tanto tempo, solo così potrete godere a pieno dei benefici del movimento.

Come deve essere una buona camminata?

La camminata non è una passeggiata, e il suo ritmo può e deve essere variato, possiamo alternare un’andatura più lenta a una veloce e alternarla alla corsa. E anche la corsa può essere sostenuta e alternata alla camminata. Ricordiamo che non stiamo facendo una competizione, decidiamo che non dobbiamo farci male ma avere dei benefici. Decidiamo di fermarci se iniziamo ad avere dolore, controlliamo l’idoneità delle nostre calzature. Ciò che darà efficacia alla nostra attività sarà sicuramente il fattore tempo e quanto riusciamo ad essere regolari in modo da ottenere un allenamento ottimale.

Quali benefici avremo?

I benefici sono molteplici. L’esercizio fisico rallenta l’invecchiamento e contribuisce a evitare la sarcopenia, cioè la perdita di fibre muscolari. L‘osso risulta più irrorato grazie alla contrazione muscolare e quindi anche l’osteoporosi viene contrastata. Migliorano le difese immunitarie anche grazie all’azione sull’intestino che trae giovamento dal movimento e dalla respirazione. Migliora il metabolismo e il sistema cardiovascolare risulta più allenato e resistente. I benefici sull’umore, le maggiori possibilità di instaurare relazioni sociali e la neuroplasticità stimolata dall’esercizio stimola una migliore integrazione fra i due emisferi cerebrali.

La stanchezza a fine attività sicuramente sarà compensata da una sensazione di soddisfazione e ci sentiremo felici per esserci presi cura di noi, avendoci dedicato uno spazio per volerci bene. Nel tempo saremo soddisfatti del nostro modo di agire e ci accorgeremo che riusciremo ad affrontare tragitti più lunghi. Potremo trarre piacevolezza dall’attività in quanto avremo stimolato al meglio tutto il sistema ormonale atto al piacere e all’appagamento. Di sicuro strafare e poi prendersi giorni di recupero non può rientrare fra i nostri obbiettivi.

Quando ci sentiamo stanchi e demotivati potremo sfruttare il potere della parola per motivarci, servirci delle parole come un mantra. Per esempio potremo usare una frase potenziante durante la corsa: ogni momento che passa divento sempre più forte, sano, felice. In questo modo creo uno scudo che mitiga la fatica dello sforzo fisico.

Anche il luogo dove allenarsi fa la sua parte. L’attività all’aria aperta può essere altamente meditativa a seconda dei sentieri che scegliamo di esplorare, il mare, la montagna e qualsiasi luogo possa farci da rifugio, potremo scegliere un luogo che ricordi un momento speciale o che ci abbia fatto stare bene. I luoghi possono dare giovamento a corpo e mente facendoci sentire in relazione con l’universo. Ritmare la nostra corsa con una una bella musica ci aiuterà a darci la carica e sfruttare l’effetto terapeutico del ritmo. Oppure possiamo approfittare per ascoltare il nostro podcast preferito, piuttosto che una lezione, ci faranno tornare a casa con la sensazione di aver fatto diverse cose per noi stessi contemporaneamente. Ed è una sensazione bellissima! Fare questo al mattino presto predispone ad una giornata ricca e positiva.

Il ballo risulta essere una ottima alternativa per muoversi e ha più benefici. Stimola il divertimento, la socializzazione e dal punto di vista fisico, è un’attività aerobica che stimola un adeguato portamento. L’apprendimento dei passi stimola nuove connessioni cerebrali, nuovi circuiti motori. La coordinazione, l’equilibrio concorrono alla pianificazione dei nuovi movimenti, seguire il ritmo, stimolano una grande carica di endorfine e dopamina fanno si che lo sforzo sia percepito in maniera minore e di conseguenza anche il dolore diminuisce.

Cosa vi proponiamo in studio?

Oltre alle attività che potete svolgere in autonomia, il nostro Studio propone quello per cui siamo altamente specializzati e che le evidenze scientifiche hanno evidenziato come la migliore attività per prendersi cura di se stessi quando il corpo non è perfettamente in salute: l’esercizio terapeutico.

La cura della colonna vertebrale e degli arti con esercizi mirati volti al recupero della completa capacità funzionale, sebbene le evidenze scientifiche lo abbiano ampiamente dimostrato, non ha ancora preso molto piede in Italia e ancora in tanti credono che il riposo o il trattamento passivo siano la cura principale del dolore.

Pensare che sia sufficiente un po’ di palestra e il semplice rinforzo è limitante. Come già ampiamente descritto più sopra tutto questo può avere una valenza preventiva se la persona non ha dolore lombare o non presenta deficit strutturali evidenti, quali scoliosi o patologie importanti quali ernie del disco ecc. Quando il sistema è perturbato, lavorare in modo simmetrico non fa altro che mantenere lo squilibrio se non addirittura peggiorarlo.

Per questo proponiamo l’esercizio terapeutico specifico, in particolari modalità e dosi ben definite in base alla persona e alle disfunzioni patologiche presenti nella singola persona.

Nello specifico della colonna, non esiste la lombalgia, ma le lombalgie ed è impensabile trattarle tutte allo stesso modo. Le disfunzioni di movimento sono complesse e possono causare dolore nell’area del rachide lombare soprattutto in presenza di movimento.

Per questo per ogni tipo di disfunzione è indicato uno specifico tipo di esercizio terapeutico.

Per questo lo abbiamo introdotto nella nostra pratica clinica e organizziamo piccoli gruppi con questa modalità terapeutica.

Prenotate il vostro appuntamento e mettetevi in movimento, quello più adatto al vostro specifico problema.

Info e approfondimenti:

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/esercizio-terapeutico/

Vivamente consigliata la lettura:

Equilibrio corpo e mente.  Mariani-Picozzi www.sabatelli.it

 

 

IL DOLORE DORSALE

 

IL DOLORE DORSALE

Vi sarà capitato di soffrire alla schiena con sintomi localizzati in regione dorsale, tra le scapole oppure solo su un lato della colonna. Continuando a leggere questo articolo, analizzeremo nello specifico sintomi e modalità con cui il dolore si manifesta, dove si manifesta, quali sono le cause principali e le soluzioni che si possono adottare per controllare e prevenire il dolore dorsale.

 Qualche cenno di anatomia.

La caratteristica del rachide dorsale è la presenza di una cifosi.

Quando nasciamo, la nostra colonna ha una cifosi unica che in seguito viene compensata dal riflesso di estensione del capo e dall’attivazione dei flessori dell’anca al raggiungimento della posizione eretta.

La cifosi, erroneamente associata a patologia da alcuni pazienti, è in realtà una curva fisiologica, quindi normale, che in questo distretto conferisce alla colonna una forma di C. A livello funzionale cifosi e lordosi si susseguono, a livello occipitale e sacrale abbiamo altre due cifosi mentre a livello cervicale e lombare abbiamo due lordosi.

Per sua conformazione, la cifosi dorsale presenta  12 vertebre di forma specifica, posizionate in modo da potersi articolare con le 12 costole tramite apposite articolazioni.  Ciascuna vertebra presenta sul corpo due piccole faccette, poste in vicinanza dei peduncoli, chiamate faccetta costale superiore ed inferiore, poste al confine con i corrispondenti dischi intervertebrali; non sono tuttavia faccette complete, ma  emifaccette, poiché la testa della costa, si pone tra corpi vertebrali, articolandosi dunque con l’emifaccetta superiore d’una vertebra e con l’emifaccetta inferiore di quella sovrastante. In particolare la costa dello stesso numero della vertebra sarà articolata con la sua emifaccetta superiore.

Se dovesse verificarsi una riduzione della mobilità della rotazione dorsale, la zona lombare dovrebbe compensare questo movimento. Essendo la lombare anatomicamente strutturata principalmente per i movimenti di flessione ed estensione subirà uno stress delle sue strutture. Inoltre le coste che partono dalle vertebre dorsali, sono a contatto col le scapole e quindi entrano in gioco  con i movimenti delle spalle.

Il rachide dorsale ha una funzione importante, insieme alla gabbia toracica, quella  di proteggere gli organi nobili, oltre al midollo spinale: i polmoni e il cuore nella parte alta, gli organi riproduttivi nella pelvi.  Il muscolo diaframma, che prende inserzione proprio nelle ultime coste, divide cuore e polmoni dalla cavità addominale dove alloggiano i visceri, il fegato, il pancreas, lo stomaco, i reni. Ai lati di ciascuna vertebra passano le radici dei nervi dorsali che innervano muscoli, i visceri, e fascia.

Osservando la zona dorsale potremo notare delle asimmetrie e da un lato potremo scorgere un maggiore rigonfiamento, dato dalla rotazione e inclinazione di vertebre e coste. La conseguente risalita in superficie dei muscoli spinali e dorsali potrebbero simulare ad occhi non proprio esperti un rigonfiamento. Probabilmente si tratta di scoliosi! Essa, a differenzia dall’atteggiamento scoliotico, si valuta facendo flettere in avanti il soggetto e andando ad osservare la comparsa di eventuale gibbo.

La cifosi può essere patologica quando il grado della curva aumenta o diminuisce. Quando aumenta assistiamo alla formazione del dorso curvo, che andando avanti negli anni diviene fattore predisponente alla crollo vertebrale, soprattutto se ci troviamo in presenza di osteoporosi nell’anziano e a patologie delle spalle. Infatti un dorso curvo può limitare l’elevazione degli arti superiori andando a generare per esempio Sindrome da conflitto sub acromiale e problemi alla cuffia dei rotatori nelle spalle.

 

COME SI MANIFESTA IL DOLORE?

Abbiamo diversi tipi di dolore e la sua descrizione, il suo andamento, sono essenziali per stilare un corretto piano terapeutico.

Il dolore può essere descritto come fisso, intermittente, a fascia.

Può essere percepito come irradiato , cioè essere un dolore che per esempio si manifesta in seguito a una problematica cervicale. Ad esempio si può manifestare fra le scapole, su un solo lato. Oppure potrebbe essere un dolore la cui origine si trova nella spalla.

Un dolore irradiato potrebbe essere legato alla presenza di trigger points localizzati a livello dorsale, su muscoli, fasce, tendini, capsule, una volta premuti potrebbero proiettare dolore lontano dal punto doloroso rilevato. Trigger significa infatti grilletto, e allo stesso modo di quando premiamo il grilletto, il proiettile viene spinto a distanza, il dolore si percepisce a distanza del punto stimolato.

Il dolore potrebbe essere dorsale, specificatamente a sinistra o destra ed è importante annotarlo insieme alle sensazioni riferite che p variano tra formicolio,  bruciore, intermittente, sensazione di avere un coltello o un chiodo conficcato fra le spalle. Potrebbe manifestarsi per esempio dopo intensa attività sportiva o dopo uno sforzo, o addirittura dopo un eccesso di rabbia.

Valutare il dolore e il modo in cui si manifesta è molto importante per il fisioterapista perché potrebbe indicare una bandiera rossa al trattamento e quindi indirizzarvi immediatamente alla valutazione di un medico specialista

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LE CAUSE 

Come si arriva ad avere dolore dorsale? Le cause potrebbero essere attribuite al sistema muscolo scheletrico, ai nervi, ai visceri o a posture errate sostenute nel tempo.

Fra i dolori legati al sistema scheletrico possiamo fare riferimento ai dolori artrosici che possono interessare le faccette articolari fra le vertebre e le coste o i dischi intervetebrali.

Le patologie infiammatorie quali per esempio spondilite anchilosante e artrite reumatoide possono causare un irrigidimento del distretto e una usura precoce delle articolazioni anche a livello costale.

I crolli vertebrali si possono presentare con l’avanzare degli anni soprattutto se è presente importante osteoporosi, possono portare ad avere dolore invalidante e alla necessità di ricorrere ad un busto ortopedico.

Spesso vediamo pubblicità di supporti per tenere le spalle o simulare una postura corretta. Teniamo presente che ci stanno vendendo un sogno, quello di avere una postura corretta senza dolore. Se ci ragioniamo su, con questa modalità, mettiamo a riposo i muscoli posturali la cui funzione è sostenere il tronco e quindi potremo avere il risultato opposto, cioè perdere massa muscolare e sostegno proprio dai muscoli posturali che vengono invece messi a riposo e vengono sostituiti da grasso.

Anche formazioni neoplasiche a livello di colonna possono trovare sede nelle vertebre e dare origine a dolore.

I visceri possono dare dolore irradiato alla colonna.

Il fegato per esempio irradia in regione dorsale destra, sul fianco, una colica biliare o renale danno un dolore posteriore a livello dorsale. Lo stomaco irradia a livello dorsale.

Il polmone e un eventuale embolia polmonare possono irradiare a livello dorsale. Il cuore, una dissecazione aortica o neoplasie viscerali possono irradiare tutte a livello dorsale.

Il dolore potrebbe essere di origine nervosa, un intrappolamento all’emergenza dalla radice spinale, oppure di origine virale, data da Herpes zoster, si manifesterà con dolore e bruciore lungo il decorso del nervo interessato .

I muscoli e le fasce possono causare dolore e con un esplorazione della zona dolente, potremo riscontrare dei punti dolenti quali trigger points e Punti algici miofasciali o una sindrome miofasciale legata a trazioni o accorciamenti situati lontano dal punto o zona dolorosa.

La postura diventa causa di dolore quando diventa scorretta e sostenuta nel tempo.

Quando ci attardiamo su un divano apparentemente comodo, esso ci accoglie in posture ricurve che interessando l’intera colonna, andranno a sovraccaricare il nostro corpo a diversi livelli. Il prolungato uso di Tablet o PC utilizzati in posizioni non proprio corrette concorre all’assunzione di posture errate per lunghi periodi di tempo. Per questo lo schermo del PC dovrebbe essere posizionato all’altezza degli occhi e frontale in modo che sia lo sguardo ad orientare la nostra posizione e non il PC a farlo.

Le posizioni adottate durante il sonno, l’utilizzo di cuscini plurimi, se non indicati per patologie specifiche, tendono a tenerci curvi e stimolare sul rachide dorsale dolori provenienti, per esempio, dal rachide cervicale.

PREVENZIONE

Adottare uno stile di vita salutare può sicuramente aiutare a controllare il nostro benessere psicofisico allontanando i fastidi. E’ indicato un adeguato controllo del peso corporeo, avere cura di evitare determinati cibi se per il nostro fisico non sono indicati. Teniamo sotto controllo le intolleranze, tra i fattori scatenanti di fenomeni infiammatori ed evitiamo di sovraccaricare i visceri in modo da evitare il dolore dorsale.

Introdurre esercizio fisico e lo sport nella pratica quotidiana e, quando necessario, l’esercizio terapeutico in modo da utilizzare nello specifico i movimenti che possano contrastare il nostro specifico disturbo.

Non dimentichiamo il ruolo molto importante della respirazione.

Un corretto modo di respirare è salutare non solo per la nostra colonna ma lo è per il corpo nel suo insieme, sia dal punto di vista motorio che emozionale. I benefici della respirazione infatti, si ripercuotono non solo a livello muscolo scheletrico, ma anche di sistema intestinale, di sistema immunitario e aiutano a indurre rilassamento.

Apprendere l’arte della meditazione per lasciare andare i pensieri, l’ansia e lo stress, il concentrarsi sul respiro, sono buone abitudini che aiutano a sentirsi meglio. La postura infatti non è solo atteggiamento fisico ma anche emozione. Un dorso curvo potrebbe derivare da un atteggiamento di rassegnazione e depressione oppure di timidezza o chiusura. Studi scientifici dimostrano che una postura chiusa e ricurva diminuisce addirittura la produzione ormonale responsabile delle nostre emozioni positive. Assumere per pochi minuti posture in apertura può fare salire la concentrazione di testosterone e cambiare addirittura il nostro modo di affrontare la vita e la nostra capacità decisionale. Assumere posture in apertura, come quella di chi vince una gara per intenderci, può darci maggiore sicurezza e fiducia nelle nostre capacità e quindi migliorare l’autostima.

CONCLUDENDO, COME POSSIAMO CONTROLLARE IL DOLORE DORSALE?

E’ dimostrato che i muscoli di una colonna con curve non adeguate facciano un lavoro cinque volte maggiore rispetto a una colonna dove le curve fisiologiche siano rispettate.

Una volta che il fastidio si è manifestato possiamo metterci nelle mani di un fisioterapista esperto in modo che con la terapia manuale e con la terapia strumentale possa aiutarci nel controllo del dolore. Con tecniche mirate e specifiche può aiutarci a diminuire il dolore.

Per esempio, nel nostro studio, utilizziamo una tecnica specifica di Miofibrolisi, la stimolazione transcutanea puntiforme a livello locale, per indurre una grande produzione di endorfine, Oppioidi prodotti dallo stesso organismo in modo da modulare la sensazione fastidiosa e apprezzare una nuova sensazione posturale.

L’esercizio terapeutico mirato, un uso corretto del respiro e il rilassamento del muscolo diaframma, possono dare sollievo non solo dal dolore ma anche dallo stress e dalle patologie ad esso correlate.

Vi aspettiamo in studio per una Valutazione.

Per approfondimenti

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/dolore-parte-centrale-schiena-cause-rimedi/